Se si insegnasse la bellezza... Salutoni rossi.

...Peppino
Impastato venne assassinato dalla mafia la notte tra l'8 e il 9 maggio del
1978. Lo ammazzarono in un casolare e poi trasportarono il suo corpo sui binari
facendolo saltare in aria per fa r credere che lo stesso Impastato stesse
organizzando un attentato. Infatti stampa, forze dell'ordine e magistratura
parlarono di atto terroristico di cui l'attentatore sarebbe rimasto egli stesso
vittima. L'uccisione, avvenuta in piena notte, riuscì a passare la mattina
seguente quasi inosservata poiché proprio in quelle ore veniva ritrovato il
corpo senza vita del presidente della DC Aldo Moro a Roma...
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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI 15
QUART. SANT’ANNA dietro la p.zza princ.)
- ITALIA - 21052 – BUSTO ARSIZIO – VA –
e-mail: circ.pro.g.landonio@tiscali.it
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Per ricordare Peppino Impastato nel trentacinquesimo anniversario della sua morte; i compagni del Circolo vi portano a conoscenza questi due documenti (copie fotostatiche) presentati in una conferenza dibattito qualche anno fa a Gallarate (VA); illustrati e discussi da una compagna simpatizzante catanese di RIV. COM., tema: Il sud e la lotta proletaria. Conservati nel nostro archivio.
Il Sud "zona criminale"
Sono passati due anni dal terremoto che sconquassò l'Irpinia, Salerno, Napoli e la Basilicata (quattordici da quello delle valli del Belice). I terremotati sono ancora accampati nelle roulottes, nelle baracche o nei containers. È aumentata la disoccupazione; è avanzato il franamento economico; è cresciuto il malessere sociale. Due anni fa ci fu una fioritura, fuori tempo, della questione meridionale. Massime autorità dello Stato, esponenti politici e sindacali, intellettuali e uomini di affari, furono tutti un coro nell'indicare la ricostruzione come la nuova grande occasione storica per la rinascita del Sud. Due anni dopo (o 14, fa lo stesso) , la questione meridionale, non solo è sparita nel vuoto delle occasioni perdute, ma si è trasformata in un problema più grave e più spinoso: in questione criminale. Il Sud, da terra di senza-tetto e disoccupati, è diventato terra di crimine e di delitto: “zona criminale”.
Va ricordato che il criminologo, Alfredo Niceforo, aveva elaborato sul finire del secolo scorso, per il rampante capitale industriale settentrionale, la nozione di zona delinquente indicando i contadini sardi di certi distretti come delinquenti costituzionali (si veda il volume intitolato: La delinquenza in Sardegna). Ma va pure ricordato che questo intellettuale borghese aveva anche detto ai sardi che non potevano aspettarsi nulla dallo Stato accentratore e che essi avrebbero potuto risolvere i problemi dell'isola solo col federalismo. La sostanza delle sue considerazioni giuridiche in materia penale stava in questa osservazione: lo Stato non si occupa degli individui concreti a cui applicare la legge penale, ma del reato in astratto. Questa osservazione è una testimonianza del profondo mutamento intervenuto nella politica criminale dello Stato (ovvero nella criminalità statale). Nel secolo scorso, l'astrattezza della legge serviva a sottoporre all'autorità dello Stato classi e territori. Nel periodo attuale la specialità della legge serve a eliminare le forze sociali antagoniste e a controllare militarmente i territori più esplosivi (infatti nel secolo scorso, lo Stato capitalista espropriava o favoriva l'espropriazione dei contadini meridionali per intrupparli nel processo industriale; oggi, invece, congloba giovani, disoccupati e forza-lavoro d'ogni tipo nell'armata nazionale del lavoro per gettarla ai piedi delle imprese). Quindi la politica criminale dello Stato nei confronti del Sud, politica di poteri speciali (super-prefetti) e delle leggi di confisca (tipo legge anti mafia), esprime il rapporto specifico di dominio tra la forma attuale dello Stato e il meridione: tra il blocco parassitario e il proletariato meridionale; tra il capitale monopolistico compartimentato nell'economia di guerra e le altre forme libere di capitale.
Perché lo Stato attuale considera il Sud zona criminale? Prima di rispondere va detto, a premessa, che la forma attuale dello Stato considerando illegali tutti i comportamenti non statuali, colpisce come criminali, le pratiche sociali difformi delle masse e quelle economiche delle stesse frazioni vinte della borghesia (secondo il broccardo: è criminale tutto ciò che non è statuale). Ciò detto, rispondiamo.
Lo Stato reazionario considera il Sud come una immensa area di devianza sociale, luogo di una popolazione di trasgressori, cuore della questione criminale italiana, perché: 1°) è in guerra aperta contro la gioventù e i disoccupati, i quali, per sopravvivere, sono costretti, quotidianamente, a pratiche illegali; 2°) il Sud è roccaforte militare e quindi, avamposto della guerra cotrorivoluzionaria interna; 3°) il Sud è, attualmente, terra di scontro tra capitale compartimentato e capitale libero. Illustriamoli e traiamo le conclusioni.
1) Il Sud prima linea della guerra statale contro-rivoluzionaria - Nel luglio 1982 il Pci fomenta una campagna di propaganda agitando lo spauracchio che in Sicilia si stia formando un "partito armato" gestito dalla mafia. Poco dopo esso amplia questa tesi e afferma che la questione nazionale, attuale, è la "criminalità"; che, in sostanza, il Sud è criminalità; e che la lotta alla criminalità esige un massiccio intervento statale, ossia il controllo militare della popolazione meridionale. Come frazione statalista dello schieramento borghese, il Pci esprime, in forma tipica anche se ideologicamente mistificata, le esigenze di dominio del blocco parassitario.
E la campagna, da esso aperta, diviene il segno della svolta statale nei confronti del Sud; mentre la tesi, che questo sia un'immensa area di "devianza sociale", assurge a punto di vista ufficiale, a linea criminologica e giudiziaria.
Questa svolta, in breve, va letta così: il Sud deve pagare costi crescenti all'economia di guerra in termini di disoccupazione, di riduzione dei salari e provvidenze, di rinuncia a qualsiasi ruolo politico; non accettare queste imposizioni è indice di trasgressione, di criminalità. Quindi il Sud è zona criminale, prima linea della guerra statale contro-rivoluzionaria.
La magistratura è allineata in questa guerra. I giudici inquirenti della Calabria, della Campania e della Sicilia, esaltano gli spiegamenti militari di forza argomentando che la "gente non collabora". Essi hanno accolto, con grande spirito di sollievo, la recente legge anti-mafia; evidenziando che, col nuovo reato di associazione mafiosa, è possibile finalmente spezzare la "corazza delle solidarietà familiari" e dell'"attitudine della gente a non collaborare". Dunque, con la trasformazione del Sud in "zona criminale", lo Stato è tutto l'individuo è nulla.
2) Il Sud roccaforte militare - La politica di dominio mediterraneo dell'Italia ha, da tempo, trasformato il Sud in roccaforte militare. L'impianto missilistico di Comiso sta trasformando la Sicilia in un avamposto di questa politica. Consegue che il controllo militare al Sud ha una marcata prospezione mediterranea e si intreccia col controspionaggio e il diritto militare (basti vedere i processi per spionaggio, o l'arresto degli indipendentisti sardi). Quindi la violenza statale assume i connotati del codice militare; stroncare con le armi le manifestazioni anti-missilistiche o anti-militariste; sparare a vista nelle zone riservate, istituire il coprifuoco nelle ore notturne; ecc.
Più in generale si può dire anche che il "monopolio della violenza legittima" (saldamente mantenuto dagli apparati militari-burocratici del blocco parassitario) non ammette concorrenze o attentati, contrastanti coi piani di sviluppo militare dell'imperialismo italiano; e che, di conseguenza, viene praticamente ad affermarsi un vero e proprio diritto di guerra.
3 ) Il Sud terra di scontro tra capitali - Il denaro da qualunque impresa derivi (lecita o illecita, legale o criminale) è tutto funzionale all'accumulazione. Perciò, nello scontro in corso tra capitale monopolistico compartimentato e capitale "criminale" libero, il compito dello Stato non è quello di eliminare quest'ultima forma di capitale (e, con esso, il suo detentore); bensì quello di coartarla negli schemi di compartimentazione e di militarizzazione. Lo Stato sta svolgendo questo compito in due modi: con la criminalizzazione e con la moralizzazione; ossia rompendo il precedente assetto della sua legalità ed istituzionalizzando una nuova forma di legalità, basata sulla confisca, sul sequestro, sul processo per sospetto, sulla costrizione soggettiva alla collaborazione, ecc.
Questo scontro tra capitali non è fonte di anarchia; è un momento della centralizzazione delle risorse e del comando; ed implica che, all'accumulo libero di ricchezza, subentra l'accumulo consentito dallo Stato, ove tutte le forme di capitale devono essere ricomposte gerarchicamente e adeguarsi al nuovo livello di guerra statale: cioè di sfruttamento, violenza militare, distruzione.
Riassumendo. Il Sud è considerato "zona criminale" perché: costituisce il fronte avanzato della guerra statale anti-proletaria; è avamposto militare; è luogo di esproprio del capitale compartimentato nei confronti del capitale "libero".
Traiamo le conclusioni. A due anni dal terremoto che sconquassò l'Irpinia, la Basilicata , Salerno e Napoli, il Sud è stato trasformato, dalla politica dello Stato, da zona disastrata in zona criminale. È questo l'ultimo travestimento storico della così detta questione meridionale, operato dal blocco dominante; e che, però, indica in modo speculare il livello raggiunto dalla criminalità statale: il grado di violenza e distruttività dell'odierno Stato imperialistico nei confronti delle masse meridionali e del meridione.
Da qui, dunque, l'importanza tattico-strategica della nostra risoluzione sul "Fronte Meridionale", adottata 1'8 dicembre 1980; e l'estrema attualità delle indicazioni operative date.
(da RIVOLUZIONE COMUNISTA ediz. Sud n.34-35 del 30/11 e 31/12/1982)
---Edizione a cura
di:
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli, 3 -20154 Milano-
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/
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Dal libro edito nel 1995 da Rubbettino, e scritto da Salvo Vitale:
Nel cuore dei coralli: Peppino Impastato : una vita contro la
mafia
“L’Idea Socialista”
Il giornale ciclostilato “L’Idea socialista” nacque nel 1965 ad opera di un
gruppo di giovani vicini al Psiup. Su denuncia del sindaco di Cinisi, Domenico
Pellerito, cognato di Gaetano Badalamenti, i redattori vengono condannati a una
ammenda. Il giornale sospese le pubblicazioni per un anno e le riprese nel
1966. La vicenda del giornale viene raccontata nell’articolo che segue,
pubblicato nell’agosto del 1967.
Cinisi, agosto
Dopo aver superato numerosi ostacoli iniziali, finalmente il giornaletto
“L’IDEA” poteva presentarsi al pubblico. “Erano pochi fogli dattiloscritti e
sfumati” doveva scrivere poi il “Giornale di Sicilia”.
Eppure quei fogli dattiloscritti e sfumati e “ruvidi”, come ebbe a scrivere
“L’Unità”, erano una carica esplosiva che di lì a poco doveva scoppiare. Non
passarono cinque giorni dall’uscita del giornaletto – i Cinisensi avevano
accolto la pubblicazione con commenti acidi o favorevoli, calorosi in ogni caso
– che tutta la redazione dell’“IDEA” fu convocata in caserma. Fu svolta
un’inchiesta a gruppo, a cui seguirono altri interrogatori individuali, finché
fu redatto un fascicolo dal quale risultava chiaramente che “L’IDEA” era
fuorilegge perché costituiva pubblicazione clandestina: al pretore di Carini fu
affidata l’ardua sentenza. Fummo condannati a un’ammenda sotto forma di pena
sospesa. In seguito ci appellammo. Si concludeva con questo atto una strana
commedia iniziata qualche anno fa. Ebbe a scrivere il giornale “L’Ora”: “Corre
insistente la voce che la denuncia sia partita dal collegio politico
dirigente”. Scrisse il “Giornale di Sicilia”: “Il sindaco, il democristiano
Domenico Pellerito, è troppo indaffarato a Cinisi per potere pensare al
campetto di calcio. Che diamine! Ci sono ben altri problemi che attendono
d’essere risolti. Il campo può aspettare”. Scrisse “ La Città ”:
“Nell’inchiesta sullo sport che il giornaletto “L’IDEA” ospitava nelle sue
pagine, si muovevano lamentele all’operato dell’amministrazione comunale che
non aveva saputo risolvere il problema dello sport a Cinisi”. Scrisse un altro
giornale: “I ragazzi ora hanno il bavaglio, non soffoca ma stringe, ed è tutto
legale”.
Scrisse anche “L’ORA”: “I giovani redattori de “L’IDEA” avevano tentato di
gettare una pietra nelle acque stagnanti della vita del loro paese e sono stati
frenati nel loro coraggioso tentativo. Si tenta così di allevare piatti
conformisti di cui non si conosce la probabile futura evoluzione”. Scrisse un
giornale del Sud: “Si sta tra il timore di “macchiare le carte” a questi futuri
funzionari dello stato e la paura di trasgredire la legge”.
Solo per avere scritto: “Forse il primo cittadino di Cinisi ignora del tutto il
significato della parola sport e la trascuranza delle gerarchie comunali è una
verità, una offesa alla dignità di tutti gli sportivi di Cinisi”, un gruppo di
ragazzi si è visto costretto a frequentare per la prima volta caserme e
tribunali, a vedere il proprio nome stampigliato nelle cartelle penali.
LA MARCIA DELLA PROTESTA E DELLA
SPERANZA
Servizio di Giuseppe Impastato
Da “L’Idea Socialista”, 1967
Il 5 di marzo, domenica, un grande convegno popolare, presieduto da Danilo
Dolci, Lorenzo Barbera, Corrado Corghi (consigliere nazionale della D.C.),
Salvo Riela, Bruno Zevi, Angelo Ganazzoli (presidente dell’E.S.A.) e Leonardo
Di Salvo, nella sala del cinema “Nuovo” di Partanna, analizza con attenzione
tutti i più gravi problemi che affliggono incessantemente le genti delle valli
del Belice, del Carboj e dello Jato e mette dettagliatamente a fuoco gli obiettivi
della manifestazione popolare che deve avere il suo inizio nella mattinata del
giorno seguente. La relazione di base, nella prima parte della giornata, viene
svolta da Lorenzo Barbera, dirigente del centro di pianificazione delle valli.
Egli ribadisce innanzi tutto la necessità che vengano costruite o definite le
dighe: Arancio sul Carboj, per ora funzionante al 50%, Poma sullo Jato, Garcia
sul Belice destro, Cicio sul Modione, Malvello sulla sorgente Malvello.
Definendo o costruendo queste dighe si verrebbero a creare infatti 36.100 posti
nuovi in agricoltura.
Il suo secondo appunto è rivolto alla riforma agraria: in seguito alla vecchia
riforma sono stati assegnati circa 1.400 lotti. La superficie investita dalla
riforma è di circa il 2,8% dell’intera superficie della valle del Belice. Ogni
lotto misura circa 4 ettari ed ha un reddito lordo scarsissimo che va dalle 200
alle 350 mila lire annue. Tutto questo naturalmente perché sono stati assegnati
i terreni peggiori, senza possibilità alcuna di trasformazione.
Di questi 1.400 lotti circa 670 sono stati fomiti di case coloniche che sono a
loro volta rimaste per molti anni prive di ogni servizio come l’acqua, la
scuola etc. Tra il 1952 e il 1958 sono stati spesi circa 2 miliardi e 700
milioni di lire per munire di attrezzature queste abitazioni, ma attualmente
delle 670 case soltanto 260 sono abitate con una certa stabilità. Soltanto uno
di tutti i villaggi è effettivamente abitato e funzionante: Piano Cavaliere,
che la D.C. utilizza come propaganda del suo regime con frequenti fotografie su
certe riviste.
Terzo punto messo in evidenza da Barbera è quello delle scuole per tutti: nei
35 Comuni che aderiscono alla manifestazione gli abitanti sono complessivamente
342.000. Gli analfabeti sono circa 103.000.
Nei prossimi cinque anni è quindi auspicabile un piano atto ad istruire almeno
54.000 persone, per cui sono necessarie 2200 classi di scuole popolari. Nella
zona a sua volta il corpo insegnanti è presente nel numero di circa 5000 di cui
quasi 4000 sono disoccupati. Il piano per l’istruzione popolare verrebbe quindi
ad occupare gli insegnanti disoccupati. Dopo il Barbera sono intervenuti più o
meno brevemente Michele Mandillo, Salvo Riela ed Angelo Ganazzoli; a
quest’ultimo si deve un duro e frontale attacco alla mafia: “Non è arrestando
Liggio e Panzeca che si combatte la mafia – ha detto – bisogna colpire i
colletti duri, cioè le persone che stanno dietro gli esecutori. Solo così
possono venir fuori i nomi di uomini politici, di professionisti, di notabili”.
Nel pomeriggio di poi, sotto la presidenza di Bruno Zevi, è intervenuto per
primo Simone Gatto ribadendo con fermezza la necessità di ristrutturare la
Sicilia in Comuni e in comprensori di Comuni, eliminando così le ormai superate
province. Sono intervenuti tra gli altri Michele Pantaleone e V. Giacalone.
Il 6 di marzo, lunedì, alle 10 circa da Partanna, parte il lungo corteo della
marcia della protesta e della speranza per la pace e per lo sviluppo
socio-economico della Sicilia occidentale. Guidano la colonna Danilo Dolci,
Bruno Zevi, Ernesto Treccani, Antonio Uccello, Lorenzo Barbera ed il piccolo e
timido vietnamita VO VAN AI, eroe della resistenza del suo popolo contro i
francesi, delicato poeta e sociologo di indiscussa preparazione. Lungo il
percorso che da Partanna porta a Castelvetrano, punto di arrivo della prima
tappa, alla vistosissima schiera di marciatori si aggiungono gruppi di gente,
contadini, operai della valle del Belice. Hanno portato “pane e tumazzu” per
fare colazione durante le soste della estenuante marcia. Dai loro volti segnati
dalle fatiche dei lavoro e dalle lunghe sofferenze traspaiono fermezza e
soddisfazione: uno stato d’animo veramente sorprendente per la gente di questa
zona che conosce molto da vicino la prepotenza di certi personaggi, il
“bavagghiu” alla bocca e la lupara.
Attraverso Castelvetrano la colonna conclude la prima tappa alla diga Delia
alle 16.
Il giorno successivo, 7 di marzo, martedì, la suggestiva marcia da
Castelvetrano raggiunge Menfi, dove i pubblici discorsi di Dolci e di Lucio
Lombardo Radice tracciano i programmi e le caratteristiche della
manifestazione, auspicando un maggiore benessere per i lavoratori e per i
contadini siciliani che lottano per una Sicilia nuova.
Il mercoledì 8 marzo, la colonna arriva a conclusione della terza tappa della
marcia, a S. Margherita Belice. L’incontro tra la popolazione della cittadina
ed i marciatori avviene in uno stanzone fresco di intonaco posto sul corso
principale.
Dopo il solito discorso chiarificatore di Dolci, prende la parola Ernesto
Treccani dichiarando con commossa semplicità e con grande chiarezza il suo
scopo preciso, che è quello di contribuire con i suoi mezzi alla rinascita ed
al risveglio della povera gente di Sicilia e spiegando quale è il senso del
lavoro di un pittore, come esso può contribuire attraverso il segno grafico a
dare una spinta di vita sociale. È intervenuto quindi Carlo Levi parlando delle
sue esperienze compiute nel 1935 nei paesini della Lucania dove egli fu
costretto ad abitare per lunghi anni come esiliato politico. Il mondo già
espresso nei suoi libri Cristo
si è fermato ad Eboli e Le parole sono pietre. È venuto
così fuori in un discorso di estrema semplicità.
È intervenuto infine lo scultore palermitano Giacomo Baragli che ha accomunato
la sua esperienza di “emigrato” a quella ancor più grave dei contadini presenti
in sala che sono stati costretti in questi anni ad espatriare all’estero.
Il giovedì 9 marzo si giunge, nel tardo pomeriggio, a Roccamena
L’incontro con il pubblico del paese viene interamente dedicato alla pace. Si
proietta un documentario sulle atrocità che gli americani compiono nel Vietnam
e vengono letti alcuni stralci di reportages e di testimonianze di questa
guerra balorda:
“Prendono un Viet e gli fanno mettere le mani sulle guance, poi prendono un
filo di ferro e glielo fanno passare attraverso la guancia, fin dentro la
bocca, poi fanno passare il filo attraverso l’altra guancia e l’altro mano, poi
tirano il filo”. La voce è di Vito Cipolla.
Si conclude a Partinico in piazza Garibaldi la quinta e penultima tappa, senza
dubbio una delle più dure ( 30 Km ), nella serata del venerdì 10 marzo con un
pubblico incontro tra gli organizzatori ed il popolo della cittadina e con la
lettura di un messaggio d’adesione e di solidarietà inviato da Roma ai
manifestanti dai pittori Renato Guttuso e Corrado Cagli. Altrettanto lunga ed
estenuante è l’ultima tappa che da Partinico, attraverso Borgetto, Pioppo e
Monreale, conduce i marciatori a Palermo. La colonna, che durante il percorso
si era vistosamente infoltita diventa nutritissima alle porte della città.
Gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace ed allo sviluppo sociale
ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella
fiumana immensa dei manifestanti che per il corso Calatafimi scende
rumorosamente, e per le grida di protesta e per le richieste, fatte ad alta
voce, del diritto alla vita ed alla libertà, verso il centro della città.
In piazza Kalsa alle 17,30 avviene il festosissimo incontro tra i marciatori e
la Palermo operaia.
E una grande manifestazione popolare il cui significato si individua in due
punti essenziali: condanna aperta della attuale classe dirigente per
l’inefficienza ormai lungamente dimostrata nel risolvere i problemi più urgenti
e vitali dell’isola; ferma volontà di rompere con un mondo, con una maniera di
condurre la cosa pubblica, tutte cose che puzzano di marcio.
Per primo dalla tribuna interviene D. Dolci leggendo alla cittadinanza la
risoluzione del convegno di Partanna e ribadendo in secondo luogo la necessità
che la commissione parlamentare antimafia renda pubblici gli atti in suo
possesso.
Altri interventi fanno registrare Nino D’Angelo, Sergio Rapisardi, Lorenzo
Barbera e Carlo Levi che definisce la manifestazione “un Parlamento
democratico, che è sorto come presa di coscienza che rappresenta una realtà
unitaria”.
Conclude la serie di interventi molto drammaticamente VO VAN AI: “Tutta la mia
infanzia e quella della mia generazione non ha conosciuto che la guerra. A
tredici anni ho conosciuto la prigione. La prima notte che mi hanno arrestato,
nella camera degli interrogatori ho visto coi miei occhi cinque miei
compatrioti torturati fino alla morte. Ho visto donne violentate, villaggi
incendiati, bambini gettati nel fuoco. Ma tutte queste immagini esprimono
soltanto la milionesima parte di quanto avviene attualmente nel Sud Vietnam,
giorno dopo giorno, notte dopo notte. Avete mai visto dei bambini napalmizzati?
Avete mai visto madri divenire folli davanti ad atrocità incommensurabili?
Immaginate il cielo della Sicilia tutta ad un tratto stracciato da migliaia di
aerei della morte, il cui solo rumore dei motori ci rende folli? Immaginate le
vostre case e le vostre spiagge divenire d’un tratto basi militari?
Ora nel Sud Vietnam una prostituta può nutrire quattro persone (la ruffiana che
l’alberga, il protettore, l’uomo che col triciclo le porta il cliente e lei
stessa), mentre un operaio specializzato non ha il lavoro per guadagnarsi il
suo pane. Ci sono ragazze che scambiano il loro corpo per un pezzo di pane o
per una bottiglia di latte.
E chi deve ricevere aiuti governativi vede che le sue somme attraversando tante
mani burocratiche divengono un niente.
Né la libertà, né democrazia ora esistono nel Sud Vietnam. Chi parla di pace e
di neutralismo viene tacciato come comunista, imprigionato ed ucciso.
Affinché una soluzione sia realizzabile, è necessario che tutti i popoli del
mondo facciano pressione sui loro governi perché questi all’unanimità
domandino:
1) La cessazione immediata di tutti i bombardamenti americani nel Vietnam.
2) La cessazione del sostegno americano al governo Ky nel Sud Vietnam.
3) La costituzione al Sud di un governo civile eletto dal popolo, indipendente
da tutte le ingerenze straniere, che possa lavorare effettivamente per la pace,
negoziando per la cessazione delle ostilità e tendendo alla riunificazione.
Voi avete sentito che i nostri problemi sono anche vostri; come io sento che i
vostri problemi sono anche i miei.
La soluzione dei problemi fondamentali nel Vietnam, nella Sicilia, in ogni
paese del mondo è necessaria non solo al singolo paese ma a ciascuno al mondo.
Viva il Vietnam e la Sicilia ”.
Jerry Cooper, cantante negro ha cantato infine uno spiritual.
L’ultimo numero del giornale pubblica questa lettera non firmata:
“Avete l’ardire di mettervi contro il prof. Pandolfo, contro l’ ex sindaco
giudice Pellerito e recentemente contro quella degnissima persona che è il
prof. Paolo Abbate. In sostanza vi mettete contro il gruppo rappresentativo del
paese, come se voi sapeste fare di più e di meglio. Quattro straccioni come voi
non possono garantire la sicurezza della nazione. Sol perché hanno pena di
“consumarvi”, queste degne persone, da voi volgarmente oltraggiate, non
assumono provvedimenti legali”.
Pandolfo denuncia “L’Idea”, il Psiup prende le distanze dal giornale e dai
suoi redattori, il maresciallo convoca in caserma Giuseppe Impastato e Agostino
Vitale, rimasti ormai soli a redigere il giornale, ed intima loro la chiusura
pena il deferimento all’autorità giudiziaria. Il giornale cessa a
pubblicazione.
Da: Salvo Vitale, Nel cuore
dei coralli, Rubbettino, 1995.
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